lunedì

Poesia








A morte Talleyrand (pref. di N.Lorenzini)
Campanotto, Udine 1993















Compagni corpi – Tutte le poesie 1992-2002, Scheiwiller, Milano 2004, 
 2 2005










E tu fra i due chi sei (poesie 2004-2006) Scheiwiller, Milano 2007
















L'asso nella neve

Transeuropa Edizioni, 2011.

















Quando avrò tempo
 Transeuropa edizioni, 2013



Come uccelli, i richiami vivi caduti nelle reti di frodo dei cacciatori, siamo impigliati nel tempo. Perché allora il nostro detto ricorrente è "non ho tempo" e, a mo' di vago rimando a una libertà futura, "quando avrò tempo"? Abbiamo sentito proclamare la morte dell' Arte, poi quella di Dio, e con noi sembra avvenuta  quella del Tempo. L'ha ucciso l' "in tempo reale", che ci fa dar via per poco quello che pulsa dentro di noi, memorie, desideri, drammi dell'io.  Siamo come in una nuova "notte dei tempi".
Mi dicono che queste mie ultime poesie sono malinconiche, ma non parlano anche di un fresco guanciale della speranza, delle sanguinose tracce di un dio, del nido introvabile dalla morte? Non sono guizzi di gioia? Guizzi, epifanie inattese perché la gioia è diventata il vero Inspiegabile: ti arriva, improvvisa, non sai di dove ma sai che ha un'infinita ragione di esistere.






L'animato porto, La vita felice, 2015


«Siamo ognuno uno scoglio, un incidente/ fra gli altri fra le cose/ fra astinenza e overdose/ e un solo grido “e io?”». Così dicevo in E tu fra i due chi sei, e che da questo trovarci diversi dagli altri abbiamo perversamente una gran gioia. È vero e non è vero. Dall’adolescenza fino all’altrieri ho tenuto un diario. Scenari dell’io in libertà, sfoghi, riflessioni, stati d’animo contraddittori – ma nel mio diario salta all’occhio il ricorrere dei dialoghi: amati, amici, conoscenti, incontri casuali, e tutti riferiti alla lettera, parola per parola, a memoria. La prima istanza di quel mio commento al quotidiano era colloquiale. E tale è nella mia poesia: è un percorso parallelo al diario, come già diceva il titolo Compagni corpi. L’io c’è, s’intende: fra gente e paesaggi svariati è come quella carta da gioco fatta a pezzi in L’asso nella neve e torna, in fase più malinconica, in Quando avrò tempo, ma, più lieto e più che mai solidale coi compagni, in quest’ultima visione di un animato porto. (A.M.C.)



Il desiderio, e non la disperazione, sembra essere il motore della parola poetica. E il desiderio si configura prima di tutto in una sorta di nomadismo continuo, quasi picaresco: nomadismo spaziale e geografico, perché questa è anche una poesia in movimento, percorre l’Europa da Londra alle ‘Fiandre fatali’ a Mosca, oltrepassa gli Urali, si addentra nella Russia asiatica, giunge alla Siberia, nomadismo mai pago di nessuna meta e tutto teso al suo nervoso movimento di scoperte e ripartenze, delusioni e nuovi slanci; ma anche nomadismo temporale e culturale, che consente all’autrice di spostarsi velocemente dall’oggi al passato più o meno distante (dalla Guerra dei Trent’anni, poniamo, a Stalingrado), dialogando con personaggi scomparsi e con maestri defunti, e di chiamare a sé, come compagni di strada, i nomi più cari e più distanti. Però il nomadismo investe più sotterraneamente la stessa parola, il suo costante essere in movimento attraverso il ritmo e la sintassi: ritmo e sintassi piani, comprensibili, persino tradizionali (come il ricorso alle misure canoniche, alle rime), argini necessari e voluti per indirizzare il flusso del desiderio che percorre le sillabe, trasformando ogni singola parola in accampamento provvisorio, in ‘parola-tenda’, il ‘Zelt-wort’ di Paul Celan esplicitamente ricordato in Compagni corpi.

Dall’introduzione di Fabio Pusterla